La dinastia sott'aceto
Marcello Veneziani
Dopo lunghi anni di penosa controversia il 10 novembre scorso l'Italia mormorò:
Avanti Savoia. Ma non è entrato nessuno. Per ragioni sportive i Savoia non erano
pronti al rientro; infortuni e attività agonistiche hanno rinviato la rimpatriata.
Avevamo litigato per sostenere la causa del loro rientro e per scagionarli da
indebite eredità colpose; gli italiani erano in larga parte favorevoli a riaverli
a casa, i monarchici erano eccitati per la causa e sognavano dispute sul trono; si
discuteva se sarebbe stato meglio per loro partire da Teano o da Roma, da Napoli
o da Redipiglia. Ma nel giorno fatale nessun reale si è presentato nella sospirata
patria. In compenso ci hanno mandato un video che non è propriamente un messaggio
reale: un elogio del cetriolo da parte del principe Emanuele Filiberto. Passare
dalla storia alla pubblicità, dal trono alle cipolline, non è un segno di progresso
per i Savoia. Sì lo so, hanno precostituito un astuto e rispettabile alibi,
dicendo che il ricavato dello spot pubblicitario andrà ad una fondazione
Veneziana di scambi culturali. Però lasciatemi dire una cosa: noblesse oblige,
signori Savoia, ad un principe che discende della Casa che unificò l'Italia e ad
una famiglia reale che torna in Italia dopo più di mezzo secolo, tra mille
controversie, non sta bene tornare in patria in una confezione di sottaceti.
Usare per giunta uno slogan così, «Se vuoi sentirti un re, c'è Saclà», è una
simpatica battuta per l'azienda che fa pubblicità ai suoi prodotti ma non per
la famiglia reale che diventa caricatura di se stessa. È come se la pubblicità
sul caffè con San Pietro fosse interpretata dal Papa in persona; o la pubblicità
dell'omonima bevanda dal cardinale Martini («No Martini, no messa»). Vedere poi
l'immagine del principe olivista (nel senso che mangia olive}, non è
incoraggiante
per un Paese che sembra rivivere la sua storia nella dimensione della farsa.
Avremo Vittorio Emanuele che pubblicizza i savoiardi; la principessa che reclamizza
i biscotti Doria, e l'intera famiglia che sponsorizza le confezioni di pappa
reale?
Ho il timore che la battaglia di principio e di libertà che li riporta in
Italia possa snaturarsi in un'occasione piccina d'affari e peperoni. Mi inquieta,
ad esempio, sentire Vittorio Emanuele auspicare che l'Italia gli affidi un incarico
di mediatore di affari all'estero. Sia perché vedo il blasone della dinastia che
ha unito l'Italia ridursi ad un marchio pubblicitario; sia perché vedo in questa
proposta l'intenzione dei Savoia di continuare a vivere fuori d'Italia. Non vorrei
che tutta la battaglia per farli rientrare si riducesse ad un'opportunità
turistico-commerciale di venire in Italia quel tanto che basta per far notizia
e per portare all'incasso qualche buon affare. Sarebbe surreale se dopo aver
pianto l'esilio i Savoia decidessero di restare a vivere all'estero, salvo alcune
gite da noi, una festa da Briatore e una puntata da Chiambretti, una partita
della Juve e una battuta di caccia, uno spot di cetrioli e un contratto di
elicotteri.
Avendo queste preoccupazioni ho in mente un'idea perversa. Proporrei di
ripristinare la 13° disposizione transitoria della Costituzione ma in senso inverso,
ovvero impedendo ai Savoia di espatriare. I Savoia riacquistano tutti i diritti
di cittadinanza sul territorio nazionale eccetto uno, la possibilità di emigrare
o di risiedere altrove. In quel caso, perdono la cittadinanza italiana. È la
stessa logica dei premi letterari; se non vai a ritirarli di persona decadi, il
premio è vincolato alla presenza del premiato. La proposta ha una buccia folle
ma una polpa sensata. Non nasce dal gusto borbonico di fare ammuina, Ma da
ragioni più serie. In primo luogo perché le loro colpe e i loro meriti ereditari
riguardano strettamente l'Italia ed è qui che devono scontare la loro pena o
godere la loro fama. I panni sporchi si lavano in famiglia, o se preferite i
gioielli di famiglia non si regalano agli estranei: siano essi un orgoglio
nazionale o una vergogna, ce li meritiamo noi e ce li dobbiamo godere e sorbire
noi, in santa autarchia. Insomma i Savoia sono cosa nostra, croce e delizia
nazionale. Se sono impresentabili e un po' ridicoli, come dicono i loro
detrattori, a maggior ragione: non mandiamoli in giro per il mondo come simboli
del made in Italy; teniamoli in casa. E se amano davvero il nostro paese e se
sospiravano davvero il loro rientro, allora devono giurare solennemente non sulla
Costituzione (evitate queste farse, per favore) ma sulla nazione che non la
lasceranno più. Italiani for ever. Via la casa di Ginevra, la residenza in
Belgio e la barca in Corsica; si vive a Napoli o Torino e si fa il bagno a
Sabaudia o a Margherita di Savoia. È la prova d'amore {amor patrio} che chiediamo
loro. E poi, tutti i Paesi hanno un re in carica o di scorta; lasciatecene una
piccola provvista anche da noi, non solo per far godere il gossip e le tirature
dei settimanali. Sarebbe bello se diventassero simboli discreti di una tradizione,
testimonial impolitici non di cetrioli ma di una storia e di un sentimento. Se
loro non ci stanno e preferiscono restare testimonial frou frou di mondanità e
sottaceti, allora rimpiazziamoli con Amedeo d'Aosta, che mi pare una persona
seria (leggete per esempio il suo libro-intervista a cura di Fabio Torriero,
«Proposta per l'Italia»).
Fuori dal paradosso, lasciatemi dire una piccola amarezza: questi discendenti
non mi ricordano né le leggi razziali né l'unità d'Italia, non evocano né la
storia patria né gli errori della dinastia. Io che non ho alcuna pregiudiziale
antimonarchica e alcuna antipatia verso i Savoia devo amaramente ammettere che i
due emanueli sono la principale obiezione contro l'istituto monarchico. Non sono
di pasta reale, non si muovono da principi ma da principianti. Ogni volta che li
vedo e che li sento mi scopro per metà repubblicano e per metà asburgico e
borbonico.
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