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Gente n. 26
Giovedì 29 giugno 2006
Vita spericolata di Totò, principe "letto e grilletto"
I disinvolti affari dei Savoia
Il nonno investì sulla sconfitta italiana
Quando Vittorio Emanuele III morì in esilio ad Alessandria d'Egitto, il 28 dicembre
1947, Time rivelò che, prima del 194O, il re aveva depositato, presso la Harnbros
Bank di Londra, 6 milioni e 300 mila dollari. Il governo di Sua Maestà britannica aveva
convertito la somma in azioni del "Prestito della vittoria". Inglese, ovviamente.
Vittorio Emanuele avrebbe potuto sempre rifarsi a11a Borsa di Londra. Come infatti
avvenne. Non deve stupire più di tanto. Il sovrano apparteneva pur sempre alla
multinazionale delle Corone e aveva fatto un investimento tipico: buoni fruttiferi a
reddito fisso. Ma Vittorio Emanuele III era ben diverso da1 nipote che porta il suo
nome. Odiava la mondanità, s'annoiava ai concerti, parlava e scriveva l'essenziale.
Uniche passioni: studiare e collezionare monete. Il mestiere di re lui lo esercitava da
freddo burocrate, tutto casa e ufficio, da Villa Savoia al Quirinale, la reggia che la
madre, Margherita, aveva reso famosa per le splendide feste, e dove suo padre, Umberto
I, manteneva 150 cavalli pregiati. Appena asceso al trono, aveva fatto chiudere salotti
e scuderie, 1 suoi (rari) pranzi ufficiali erano a dir poco frugali. Leggiamo il menù
del 9 maggio 1937, primo anniversario della conquista dell'Impero: "Maccheroni alla
napoletana. Pollastre lesse con salsa di capperi. Insalata", Così lo descrive Edoardo
Scarfoglio, direttore del Mattino di Napoli, quando il 24 ottobre 1896 Vittorio
Emanuele sposa Elena del Montenegro: "Di forme e di statura già poco conformi all'ideale
fisico che il popolo ha del re, le scarse volte che è apparso in pubblico non ha
conquistato certo l'immaginazione degli spettatori". In effetti il principe ereditario
era alto un metro e 54 centimetri, sette in meno della statura media degli italiani.
Dal dodici ai vent'anni era stato preso in custodia da1 severissimo colonnello Egidio
Oslo che, ossessionato dalla statura del suo allievo, l'aveva sottoposto a strazianti
sedute con un "infallibile allungatore" ordinato in Germania. Una volta catapultato sul
trono dall'assassinio de1 padre, Vittorio Emanuele III rifiuta di firmare i decreti
senza leggerli spiegando allo sbigottito presidente del Consiglio, Giuseppe Saracco:
«D'ora in poi il re firmerà i propri errori, mai quelli degli altri». E di errori, come
sappiamo, ne farà tanti, firmando tutte le leggi che via via gli sottoponeva Mussolini,
sino ad accettare di stravolgere lo Statuto liberale elargito dal bisnonno Carlo Alberto,
avallando l'imposizione della dittatura. Suo padre, Umberto I, che i decreti li firmava
senza leggerli, nel 1892 aveva nominato senatore del Regno il governatore della Banca
Romana, Bernardo Tanlongo, poi arrestato per aver fatto stampare quaranta milioni di
banconote illegali da distribuire a politici "amici". La firma comunque paga, e Umberto I,
pagò con la vita quando, nel 1898, volle concedere "motu proprio" al generale Florenzo
Bava Beccaris la Croce di Grand'Ufficiale dell'Ordine Militare di Savoia, per aver
"riportato l'ordine" a Milano, puntando i cannoni sui cittadini in sciopero e massacrandone
un centinaio. Lo uccisero le pallottole dell'anarchico Gaetano Bresci. I Savoia erano
tra i sovrani più ricchi d'Europa. Possedevano ville, castelli, tenute. Parte delle
loro ricchezze erano state accumulate con il saccheggio delle regioni del
Sud
borbonico, che ebbe tra gli artefici il generale Cialdini. Dunque, i Savoia i soldi
non dovevano certo andarseli a cercare, ma, fisicamente, li conoscevano poco. Racconta
il professor Rodolfo Bernini, che insegnava economia a Umberto II: «Mi chiese di mostragli
un biglietto di carta moneta. Stupito, gliene feci vedere uno da cinque lire, lo esaminò
con intensa curiosità perché non gli erano mai passate nelle mani». I problemi economici
per un re e i suoi discendenti nascono se perdono beni e appannaggio. E devono inventarsi
un nuovo mestiere. Come per Idris, che porta lo stesso nome del nonno, il re di Libia
spodestato nel 1969 da Gheddafi. L'avevo conosciuto anni fa nella tenuta del duca d'Aosta
al Borro e quando passò da Milano lo invitai a pranzo. Si considerava l'erede al trono,
ma, nell'attesa, combinava affari. In quei giorni stava cercando di far approvare dal
senato statunitense una commessa di una industria lombarda. Che andò a buon fine "Il mio
nome mi apre tutte le porte. Poi, certo, dipende da me"... Un giovane svelto, un
faccendiere ad alto livello. Anche Vittorio Emanuele ha cominciato con una commessa di
elicotteri Agusta per lo scià di Persia. Ma oggi mi ricorda una battuta del celebre
commediografo Victorien Sardou riferita a un principe di fine Ottocento: «Ah! Le métiet
est bien gaté!». «Ah! Il mestiere si è molto guastato!»
Gigi Speroni
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